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Il perdono è la virtù dei forti

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Un proverbio italiano dice: “Vi è più onor nel perdonare, che piacer nella vendetta”.

Un’errata concezione del perdono sostiene che chi perdona è un debole.
Questa considerazione porta con sé delle domande: se il perdono è davvero la risposta dei deboli, perché è così difficile? Perché ci costa così tanto? Perché, pur sapendo che sia giusto, facciamo così tanta fatica a concederlo?

La verità è che ci vuole tanta forza per comprare un regalo a chi non se lo merita. Tanto coraggio per decidere di “donare” il proprio desiderio di vendetta. Il vero perdono non è mai una cosa semplice e neanche immediata. Occorre spesso del tempo (molto) prima che la decisione possa davvero maturare.
Perdonare è concedere la grazia.
È provare il desiderio di rivalsa, e pure disfarsene (dal significato per-donare).
Perdonare è un po’ come morire, è un po’ del nostro ego che muore a favore dell’altro.

È un dono e come tale ha un costo.
Costa un pezzetto di noi stessi, un pezzetto delle nostre ragioni, del nostro senso di giustizia, del desiderio di aggressione e di vendetta.
Eppure il costo non è paragonabile ai benefici che produce nel carattere, e alla nostra salute psicofisica. Richiamando l’analogia economica, potremmo definire il perdono come un’operazione che alla fine ci consegna sempre un bilancio positivo: costi < benefici.

Perdonare non è perdere, non è sminuirsi, non è umiliarsi.
È, al contrario, la capacità dell’uomo maturo di andare oltre. Una persona con un forte carattere deciderà di perdonare anche se sa di avere ragione. Lo farà per la sola esigenza di andare avanti e di non fossilizzarsi inasprendo il proprio rancore.

Scrivendo queste righe ci viene in mente la breve intervista all’amica Silvia pubblicata nella video gallery del sito http://www.LeAliMorali.it (guarda il video!) che reggendo un cartello con il valore “Perdono” in una manifestazione a Roma di “Diamo un volto ai valori” ha detto: “Penso che il perdono sia un valore molto importante, che non sia scaduto, e sono qui per dire che il perdono è un simbolo di forza, e non di debolezza”.
Lo sfondo alle spalle di Silvia era quello del Colosseo. Tale coincidenza richiama alla nostra memoria un’altra storia: quella di Massimo Decimo Meridio nel film “Il Gladiatore” interpretato da Russell Crowe. Il capitano dell’esercito del nord, generale delle legioni Felix e servo dell’imperatore Marco Aurelio, diventa gladiatore nella potente e crudele Roma dei giochi tanto più cruenti quanto più apprezzati dal popolo. Spesso, ma non sempre, i gladiatori che perdevano il combattimento pagavano con la propria vita, ed è proprio in una di queste circostanze che il generale Massimo compie un atto che lo farà assurgere alla massima celebrità. Al termine di un feroce duello ha la meglio sull’avversario, ma si rifiuta di finirlo con la sua spada, meritandosi così l’appellativo di “Massimo il misericordioso” e conquistando l’entusiasmo di una folla osannante. Da quel momento verrà celebrato come una star in ogni suo nuovo combattimento. A tale proposito è interessante riportare una definizione sintetica di misericordia: “sentimento di pietà e di comprensione che spinge al perdono”.
Pur nella inevitabile finzione cinematografica, il regista Ridley Scott in questa scena rende in modo magistrale la forza del perdono tramite l’acclamazione di una folla in delirio per il proprio eroe. Nessuno lascia le gradinate dell’anfiteatro accusando il valoroso gladiatore di debolezza o di poco coraggio. Al contrario, la sua vittoria è degna di esser celebrata, essendo la sua forza pari alla sua misericordia, e il suo esempio da sostenere con ammirazione e rispetto.
Questo è quello che provoca la concessione della grazia al posto della vendetta. Ha funzionato allora con quei crudeli spettatori sugli spalti, e continuerà a farlo nei confronti dei nostri compagni di viaggio nella vita di ogni giorno.
La rivalsa provoca timore e paura. Il perdono ammirazione, rispetto e vera leadership.
Il bivio è sempre davanti a noi.

Vivere nel risentimento è essere focalizzati sull’offesa. Tormentati dal rancore e dal ricordo. Questa situazione dà potere all’autore dell’offesa dentro di noi. Perdonare è sciogliere il nodo e slegare il legame togliendogli questo potere.
Attendere che l’altra persona si renda conto del male che ci ha procurato per perdonare o aspettare che l’altra persona ci chieda scusa per prendere la nostra decisione è come mettere nelle mani di quella persona la nostra salute. È far dipendere da lei il nostro sorriso, il livello di pressione arteriosa, il mal di schiena; in due parole, il nostro benessere fisico.
Riprendiamo in mano il controllo della nostra vita, del nostro destino, della nostra capacità di commuoverci o di gioire. Meglio non restare per troppo tempo in balia della capacità di comprensione della persona che ci ha fatto del male. Facciamo tesoro dell’esperienza e decidiamo di rilasciare le energie negative che ci legano, decidiamo per il nostro bene. In fin dei conti meglio focalizzarsi su ciò che abbiamo il potere di cambiare davvero, noi stessi!
Il Mahatma Gandhi diceva: “Il perdono è la virtù dei forti”.
C’è da crederci !

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