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Ecco perchè è il male nella nostra vita

Da sempre l’umanità è in sé scissa e oscillante tra l’affermazione e la negazione della vita, tra la sua esaltazione e la sua deprecazione, tra la fede e la miscredenza, tra Dio e il nulla, tra il cosmo e il caos, tra il bene e il male. Ciò dipende dal fatto che sul piano assoluto esiste una sola cosa, ed è l’essenza, «l’essenza divina che è tutto in tutto, empie tutto ed è la più intrinseca alle cose che la essenzia propria di quelle, perché è la essenzia delle essenzie, vita de la vita, anima de le anime»,

Sossio Giametta
come dice Giordano Bruno; ma negli esseri viventi ci sono invece due cose, eterogenee, di cui l’una non tocca l’altra, ma che sono inscindibilmente intrecciate tra loro: l’essenza e le condizioni di esistenza. L’essenza è divina, ma le condizioni di esistenza sono, fin troppo spesso, diaboliche. Esse non fanno parte della realtà essenziale; esistono solo per le creature, come caos contro cui devono lottare per affermarsi, mantenersi e accrescersi nella loro essenza. Questo caos è tuttavia solo la faccia rivolta verso di noi dell’infinita potenza di Dio, è solo la nostra percezione di essa. Le condizioni di esistenza dipendono dunque dalla posizione infinitamente subordinata dei viventi nella grande struttura dell’Essere, come cellule dell’organismo universale sottoposte alle leggi dell’organismo e non alla loro legge interna.

La frantumazione dell’Uno

L’Uno essenziale si frantuma, in realtà si moltiplica, nella pluralità degli esseri, che sono però abbandonati alla vicissitudine esistenziale. Essenza e condizioni di esistenza sono, come abbiamo detto, due cose indipendenti l’una dall’altra; ma entrambe contribuiscono a determinare la posizione degli individui rispetto alla vita e al mondo, nel senso che, a seconda della prevalenza dell’una o dell’altra, gli uomini si sentono spinti ad assumere una posizione positiva o negativa, ottimistica o pessimistica, credente o miscredente. Si ha così quella miriade di posizioni, con infinite sfumature e contrasti, di cui la storia dell’umanità è costellata. Posizioni diverse e contrapposte si trovano anche nei singoli individui. In Goethe, per esempio, dedito con vita e opere alla costruzione della statua fidiaca dell’uomo, cioè alla trasfigurazione dell’umanità, troviamo d’altra parte malumore, rassegnazione e alla fine disperazione e senso dell’eterno vuoto (Leer, leer und immer leer!).

Essendo tutto e solo positivo, Dio crea solo il bene, non il male

«Questo,» dice papa Francesco, «bisogna cercarlo da un’altra parte.» Ma se intende che il male lo creano gli uomini, come Eugenio Scalfari ritiene di dover interpretare, allora ciò non è vero. A parte che molto male nella vita non dipende dagli uomini, questi si trovano, sì, a fare il male, ma non sono essi a crearlo, lo subiscono e lo trasmettono, in quanto partecipi di una natura esterna e interna non creata da loro, di cui sono tramiti e strumenti. Il male rientra dunque nelle condizioni di esistenza in cui essi, abbandonati alle forze selvagge della natura, si trovano a vivere, sicché a farlo, anche attraverso di loro, è in definitiva sempre la natura. Noi siamo immersi, condizionati e fin troppo spesso oppressi dalla struttura mastodontica della natura naturata, in cui la natura naturans, l’Essere o Dio si trasforma continuamente per noi. Quanto più grande è Dio, tanto più piccoli siamo noi, e la differenza diventa, per la nostra dipendenza, il nostro male. Secondo Pascal, senza la fede solo lo scetticismo vale, cioè la macerazione nullificante. E invece no.

L’esprit de finesse non supera l’esprit de géométrie, ma ne dipende

Fermo restando alla base lo scetticismo, come reazione a una fede antropomorfica, mitologica e dogmatica, valgono al di sopra di esso e sotto la calma della vita e dell’abitudine, la passione, la fede, la gioia, il giubilo, la voluttà, l’ispirazione, la dedizione, l’entusiasmo, esaltati proprio da quella filosofia-religione naturale bruniano-spinoziana, che sarà poi nietzschiana, filosofia-religione da lui, Pascal, avversata a favore della obsoleta fede cristiana. L’esprit de finesse non supera l’esprit de géométrie, ma ne dipende, come il cuore dalla ragione. Se infatti il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce, è perché le sue ragioni sono le ragioni della specie, che la ragione conosce. In tal modo l’essenzialismo riesce a una forma rinnovata e approfondita di parmenidismo, arricchito e illustrato, all’effetto, da un’ampia fenomenologia, che si sgrana nella trilogia composta da Il bue squartato e altri macelli (2012), L’oro prezioso dell’essere (2013) e Cortocircuiti (2014). Ma da questa fenomenologia di effetti, sorta per forza propria, sgorga, si enuclea spontaneamente alla fine l’essenzialismo come causa. Non è, dunque, la fenomenologia che sgorga dall’essenzialismo come idea programmatica.

In Dio non esistono né il bene e il male, né il vero e il falso

Cioè questo edificio concettuale, scaturito dall’abbraccio e dall’identificazione col reale, si rivela intimamente sistematico anche se non ha la forma di un sistema; è un sistema a posteriori. Si è formato da sé e proviene dal concreto, dal basso, dalla fenomenologia appunto dei princìpi in esso immanenti e irradiantisi nel reale, non dall’alto di un progetto sistematico; proviene per così dire da un naturale accumularsi e da un automatico strutturarsi di mattoni, non da un progetto architettonico. Volendo dirla con Oscar Wilde, è una risposta a una domanda non fatta. Ontologia, logica, etica, estetica, epistemologia, filosofia della religione, storia, antropologia, psicologia ecc., non sono trattate autonomamente, ciascuna per conto suo, secondo un ordine sistematico, ma intrinsecamente alle occasioni del discorso apofantico. Passando attraverso Spinoza, questa fenomenologia comporta una radicale delucidazione del male. Poiché esso non esiste sul piano assoluto, Dio non se ne occupa e non ne è responsabile. In Dio non esistono né il bene e il male, né il vero e il falso, né il bello e il brutto. Queste dicotomie presuppongono una divisione che in lui non c’è, essendo Egli, cusanianamente, una coincidentia oppositorum.

Il male è dunque, nella nostra vita, incancellabile e ineliminabile

Ma il male (bene-male, vero-falso, bello-brutto) ben esiste, invece, per le creature, tutte create dalla potenza divina (come dono? per amore?), come male avvolgente, orrendo, immutabile e irrimediabile, quale è denunciato, tra i filosofi, soprattutto da Schopenhauer. Qualcosa «che ci faccia godere in eterno di una continua e somma letizia», come cercava Spinoza, che lo riponeva nell’abbandono di tutte le vane aspirazioni mondane a favore dell’amor dei intellectualis, nella vita non esiste ed è vano cercarlo. Con quelle parole Spinoza ha espresso solo la sua passione per la filosofia, da cui scaturiva la sua felicità, con abbondanza di frutti per l’umanità. La stessa serenità, che molti filosofi predicano come surrogato della felicità, è, come stato permanente, impossibile, perché, se non viene dal carattere, indipendente dalle condizioni di esistenza, può essere solo una conquista temporanea e precaria, non molto più di uno stato valetudinario. Anche lo stoicismo, con la sua aspirazione a reggere alle avversità, resta in definitiva un vano e faticoso conato. La nostra vita è costantemente minata dall’angoscia, che ci stringe nella precarietà e caducità e ci dà il capogiro del nulla. In nessun modo essa può sfuggire al dolore e a una drammatica problematicità. Il male è dunque, nella nostra vita, incancellabile e ineliminabile.

Il male può venire anche dal bene

Un esempio di male che viene dal bene ci fornisce, dal lato spinoziano, la massima 1251 dello spinoziano Goethe: «La natura riempie con la sua sconfinata produttività tutti gli spazi. Consideriamo soltanto la nostra terra: tutto quello che chiamiamo cattivo, infelice proviene dal fatto che essa non può dare spazio a tutte le creature, e ancor meno può conferire loro durata». Il male è qui dunque il rovescio della medaglia dell’Essere, della sua potenza creativa. Nei viventi, negli uomini, a cui vogliamo qui limitare il discorso, le due cose, una esistente e l’altra non esistente in Dio, sono entrambe esistenti e indistricabilmente intrecciate nelle creature, con infinite modulazioni e contemperamenti, in cui il male (la grandezza), prevale sull’essenza (la piccolezza). Ciò non toglie l’appartenenza di tutte le creature all’Essere divino, con la sua assoluta e beatificante positività.
Il senso – etico e religioso – della vita sta nel lottare per l’essenza a cui apparteniamo, nell’aderirvi tenacemente contro le avverse e allogene condizioni di esistenza. È questo il pólemos eracliteo che agita il mondo e le sue creature, è questa la Volontà di vivere cieca, irrefrenabile e onnipotente di Schopenhauer, è questa la indomabile e insaziabile Volontà di potenza di Nietzsche, che le fa cozzare tra loro perpetuamente. Dunque l’essenzialismo è una visione di pienezza: del macroantropo e del microcosmo, di tutto il positivo e di tutto il negativo, e del loro intreccio indissolubile in noi e per noi. È questo, fra l’altro, che dà la stura alle opere d’arte, le quali trattano di tale intreccio in contemperamenti sempre diversi. L’essenzialismo si presenta pertanto come una fenomenologia dell’Essere in quanto bene e male, vero e falso, bello e brutto.20140710-224247-81767038.jpg

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