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Albania in Europa nel 2024

L’Albania ha ottenuto ufficialmente lo status di candidato all’adesione dopo il sì dei 28 leader nel Consiglio europeo di venerdì scorso. Un passo verso l’integrazione niente più che simbolico, ma che permetterà al Paese delle Aquile di poter godere degli allettanti strumenti IAP di preadesione, fondi strutturali nei settori dello sviluppo regionale, rurale e delle risorse umane abbastanza simili a quelli della politica di coesione europea. Sarà inoltre garantito l’accesso a misure di cofinanziamento della Banca europea per gli investimenti e delle Istituzioni finanziarie internazionali.
Si tratta di un grande successo per il leader socialista Edi Rama, insediatosi da un anno alla guida del governo di Tirana dopo essere stato per oltre undici anni proprio sindaco della capitale. Una battaglia vinta anche grazie all’expertise di uno sponsor d’eccezione, l’ex premier Tony Blair, i cui solidi rapporti con le élites politiche albanesi risalgono alla guerra del 1999. L’arduo compito di far guadagnare all’Albania credito politico agli occhi di Bruxelles è spettato proprio ad Alastair Campbell, ex portavoce, spin doctor e uomo di fiducia di Blair. Campbell ha riferito che, come consulente, il suo compito è stato meramente quello di fornire una strategia finalizzata a sfatare presso i decision-makers europei una serie di miti duri a morire sull’Albania.
Il resto lo ha fatto la Commissione, che pare abbia in mente un ruolo specifico per l’Albania nel suo disegno strategico per i Balcani. In precedenza le tensioni del 2010, dovute all’estrema polarizzazione del sistema politico albanese, avevano portato a un primo rifiuto degli Stati membri alla proposta di preadesione seguito da altri due “niet”, l’ultimo dei quali nel 2013. Le riforme avviate nel 2012 e il regolare svolgimento delle elezioni politiche dello scorso giugno – che avevano visto proprio la vittoria dei socialisti di Rama – hanno portato la Commissione a dare una decisa spinta all’ufficializzazione della candidatura: nell’ottobre del 2012 e, a distanza di un anno, nel 2013 aveva già espresso il proprio giudizio positivo circa il riconoscimento dello status di candidato Ue. Il 17 dicembre 2013 il Consiglio aveva dunque invitato la Commissione a stendere un rapporto sulle prospettive di riforma giudiziaria e di implementazione delle normative anti-corruzione nel Paese, ultimi elementi ostativi all’accettazione dell’Albania nel club delle aspiranti stelle europee. L’incoraggiante rapporto (COM2014) 331 fin. è stato pubblicato il 4 giugno e ha illustrato sia i traguardi raggiunti dal punto di vista delle riforme messe in atto dai recenti governi, sia le attuali lacune in termini di cooperazione regionale e lotta al crimine organizzato.
Nell’atteggiamento della Commissione traspare il riconoscimento di una nuova rilevanza strategica dell’Albania, soprattutto in virtù delle scelte europee in tema di politica energetica. Non è più un mistero che Bruxelles stia osteggiando anche apertamente South Stream a vantaggio del progetto di gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline), che attraverserà il territorio albanese per 210 km (quasi il 25% dell’intera lunghezza del gasdotto) prima del tratto off-shore nell’Adriatico. In Albania sarà situato inoltre il deposito di stoccaggio che servirà a regolare l’offerta di gas in Europa, a dimostrazione della fiducia che l’Ue ripone nella stabilità del Paese. Il boicottaggio del gas russo non ha solo riposto l’Albania in una posizione strategica per la distribuzione energetica europea, ma avrà anche ripercussioni economiche rilevanti. Un rapporto di Oxford Economics ha presentato una valutazione d’impatto oltremodo positiva di TAP sull’economia albanese, con un contributo diretto e indiretto al PIL di circa 106 milioni di euro annuali nel periodo 2015-18, oltre a quasi quattromila posti di lavoro generati più altri non ben stimati effetti di spillover. D’altronde i vertici europei non hanno mai nascosto l’interesse ad avere in futuro un’Albania integrata ed economicamente solida, stante la posizione strategica nelle relazioni con i Paesi dell’Europa orientale e le potenzialità inespresse del territorio albanese. Basti pensare al porto di Shëngjin (San Giovanni di Medua), uno dei più profondi del Mediterraneo e potenzialmente hub marittimo-commerciale tra i più trafficati in Europa.
Va detto che la strada per l’eventuale ingresso nell’Ue è ancora molto lunga e passa inevitabilmente per la risoluzione degli ancora persistenti problemi politici ed economici del Paese. I commentatori più ottimisti (e forse incauti) hanno dato una prospettiva di almeno dieci anni prima del recepimento completo di tutto l’acquis communautaire e dell’esito positivo dei negoziati di adesione. Oltretutto per gli storici oppositori permangono i sospetti sulle reali possibilità di raggiungimento degli standard europei. Le opinioni dissenzienti tradizionali hanno sempre riguardato il fatto che l’Albania fosse un Paese a prevalenza mussulmana (opposizione della laica Francia) e tra i più poveri d’Europa (opposizione dei Paesi del nord, con Olanda in testa). Per certi versi, il fronte dei contrari all’integrazione dell’Albania ha visto recentemente allargarsi le proprie fila. La Repubblica Ceca ha minacciato di porre il veto alla concessione dello status di candidato per via di una querelle legale tra la sua controllata ČEZ, entrata nel mercato della distribuzione energetica albanese nel 2009 e vistasi revocare la licenza dal governo di Tirana nel gennaio 2013. Il ritardo nell’avvio della procedura arbitrale tra ČEZ e Tirana ha portato la Repubblica Ceca ad assumere una posizione fortemente ostile, in un impasse che ha minacciato la riproposizione di una situazione simile al veto italiano sulla conclusione dei negoziati di associazione della Slovenia nel 1994. Ma anche l’opinione pubblica del Regno Unito, di questi tempi in particolare fermento su tematiche europee, si è scatenata. Sui media britannici hanno impazzato le immagini dell’ultimo blitz a Lazarat, il villaggio albanese della marjuana, e l’Albania è stata dipinta come uno Stato ancora in mano alle mafie. Ma la principale critica degli organi di informazione francesi e britannici ha riguardato la prospettiva di un’invasione dei Paesi sviluppati da parte di immigrati albanesi. In un momento delicato per la permanenza del Regno Unito nel progetto europeo, Cameron ha colto l’occasione per rimarcare il suo desiderio di ridiscutere in sede europea delle regole sul movimento di persone all’interno dell’Unione. In pratica, nessuna riserva dei Paesi oppositori è stata sciolta, anzi tutti aspettano al varco Tirana per avere conferme sul proprio scetticismo. Probabilmente l’apertura alla candidatura è avvenuta anche per il valore puramente simbolico e soprattutto per la mancanza di qualsiasi automatismo all’adesione.
Tra i sostenitori della causa albanese, l’Italia naturalmente, suo maggiore partner commerciale (interscambio al 54% per le esportazioni albanesi e per il 31% delle importazioni), ma anche la Grecia e gli altri membri balcanici vicini. L’Albania spera che l’inizio del percorso che la porterà a un auspicabile (ma non scontato) ingresso nell’Ue, possa attirare quegli investimenti diretti esteri (IDE) che ancora scarseggiano. Lo stesso avvicinamento agli Stati Uniti, di cui l’Albania sono l’alleato militare più fedele nella regione, può essere inquadrato in un’ottica di rilancio dell’ancora povera economia albanese (il PIL è appena il 5% della media europea) sotto l’ala protettiva del mondo occidentale. Ma una politica di aiuti esterni allo sviluppo, seppur utile a garantire il miglioramento dei dati macroeconomici e strutturali, non basterà da sola a sollevare l’Albania dall’attuale stato di povertà. La maggior parte degli sforzi dovranno venire dall’interno per debellare l’assenza dello Stato di diritto, la corruzione del sistema giudiziario e politico, la cultura dell’impunità presente in vari strati della popolazione, oltre al potere diffuso e capillare delle organizzazioni criminali. L’Albania, consapevole di non avere altra scelta all’infuori dell’integrazione nell’Ue, è dunque chiamata all’arduo compito di convincere una sospettosa Europa, probabilmente in una delle più preoccupanti fasi di stallo dall’avvio del processo di unificazione economica.

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