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Il figlio non riconoscente che tradisce il padre

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Un uomo aveva due figli che vivevano e lavoravano nella sua casa. Nella similitudine il padre rappresenta Dio e i figli siamo noi. Il padre aveva destinato loro un immenso patrimonio, ma solo se gli fossero rimasti fedeli rimanendo per sempre nella sua casa.

Se decidevano di restare con lui, tuttavia, dovevano osservare una certa disciplina: amarlo, rispettarlo, obbedirgli, lavorare, essere sobri, volersi bene, perdonarsi a vicenda.

Se corrispondiamo al suo amore, Dio ci promette e ci garantisce, in Gesù,  la vita eterna, ma ci sollecita all’urgenza della conversione continua, perché il termine della vita, che verrà senza preavviso, non ci colga nel peccato:  ”Convertitevi perché il regno di Dio è vicino”.  “Dio è vicino” significa che egli ci ama, che mette a disposizione la sua misericordia, che il tempo della sua venuta si fa sempre più vicino. Pertanto occorre cogliere a volo la sua offerta e  pregare perché ci aiuti a corrispondere alla sua chiamata e a resistere alle fortissime tentazioni del mondo che premono per allontanarci da lui: “Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino” (Is 55,6).

Le passioni del giovane.

Il figlio minore aveva un odio profondo per la disciplina e per il lavoro e non sopportava il padre che glieli proponeva. Desiderava la libertà assoluta per realizzare i propri vizi e stare lontano dal padre dal quale si sentiva controllato.

Una vita vissuta senza freni morali, tuttavia, non porta alla gioia e alla vera libertà, ma alla schiavitù dei sensi e alla dolorosa paralisi dello spirito che, a causa di quelle schiavitù, non riesce a realizzare le sue vere aspirazioni: il vero amore, la libertà di fare il bene, la sapienza, il discernimento, la fortezza, la pace. Questo avviene perché il peccato rovescia i criteri della divina sapienza, per cui quello che è male è spesso considerato un bene. Adamo ed Eva, prima di peccare, sapevano da Dio che era un male mangiare il frutto proibito, ma quando entrarono in tentazione cambiarono idea. Il diavolo li aveva convinti che, se avessero disobbedito, sarebbero diventati potenti come Dio.

Il peccato è trasgredire la volontà di Dio, disobbedire alla sua legge, separarsi da lui. Ma quali prospettive abbiamo se viviamo lontani da Dio, lui che è la nostra unica fonte di vita e l’unico amore?

Il figlio prodigo cullava nei suoi pensieri la passione per le donne, al punto che un bel giorno decise di abbandonare la casa paterna per realizzare suoi desideri. Chiese al padre la parte di patrimonio che gli spettava e partì per un paese che fosse abbastanza lontano da sfuggire al suo controllo. Ma chi può nascondersi dallo sguardo di Dio?

Andandosene di casa, il giovane  sapeva che avrebbe rinunciato all’amore del padre e alla sua eredità. Vendeva la felicità per una manciata di gioie  materiali. La sua era una follia dettata da una mente ormai confusa, priva di volontà e di padronanza di sé, vittima del peccato il cui effetto immediato è l’oscuramento della ragione. La vita  il Vangelo ci hanno insegnato che le passioni  non dominate ci portano alla rovina. “Qual vantaggio infatti avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima? “ (Mt 16, 26).

Dio permette che cadiamo in tentazione, perché prendiamo coscienza della nostra debolezza e della potenza distruttiva del peccato e impariamo a starne alla larga.

Il peccato e le sue conseguenze

Il giovane scialacquò con le prostitute il patrimonio ricevuto, godendosi la vita e cullando le illusioni di onnipotenza che il peccato promette, cadendo nell’inganno  di poter raggiungere la felicità attraverso le passioni del mondo. Ma ben presto si accorse di quella assurdità. Il peccato, che non perdona nessuno, gli chiese il conto con una raffica di avversità. Si ritrovò solo, senza denaro, senza cibo, senza amici che potessero aiutarlo. Sopraggiunse una carestia e lo costrinse a cercarsi un lavoro, ma di lavoro ce n’era solo per un salario da fame, consistente in  carrube, il cibo dei porci, e tuttavia anche queste scarseggiavano.

La fame del figlio prodigo ha un suo significato: è lo stato di sofferenza, di solitudine e di tristezza che si forma quando escludiamo Dio dalla nostra vita. Quando priviamo il nostro spirito del pane della vita, che è la Parola di Dio, ma anche la preghiera e l’Eucaristia, vengono a mancare in noi luce, forza, pace, gioia: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita” Gv (6, 53). Prendono il sopravvento l’angoscia, la paura della morte e del giudizio. Per questo Gesù ci avverte: “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo” (Lc 21,36).

Il giovane, da queste esperienze negative, riconobbe i suoi errori: il disprezzo dell’affetto del padre, del suo aiuto, della disciplina, del lavoro. Ricordò che a casa sua c’era pane in abbondanza per tutti i dipendenti, mentre lui, che era figlio, moriva di fame! Solo ora il giovane comprendeva quanto importante  fosse per lui il padre e quanto la sua vita e la sua felicità  dipendessero da lui. Spesso ci accorgiamo dell’importanza di Dio solo quando il peccato ci ha umiliati e ridotti in fin di vita. Se ritorniamo a lui, scopriremo la grandezza del suo amore, che egli è  un padre buono e nostro amico, non ci abbandona nel dolore, ma ci perdona. Trova sempre soluzioni per aiutarci e  liberarci dal nostro male, trasforma la nostra tristezza in gioia.

Il ritorno

Il giovane  temette di morire di fame ed ebbe paura. Allora decise di ritornare dal padre, confortato dal buon ricordo che aveva di lui: era severo, sì, ma era anche molto buono e generoso. Gli avrebbe chiesto perdono e la possibilità di tornare a lavorare nella sua casa, non come figlio, perché aveva tradito, ma come dipendente.

Quando noi pecchiamo gravemente, abbiamo difficoltà a riconciliarci con Dio, perché temiamo di non meritare il suo perdono. Ma la conoscenza della sua misericordia, sperimentata in passato nelle esperienze di fede, particolarmente nell’ascolto della Parola di Dio, diventano determinanti nel convincerci a tornare da lui e rimanervi per sempre.

L’esperienza dolorosa aveva cambiato le convinzioni del giovane verso la vita,  lo aveva reso umile e sottomesso. Il lavoro non gli era più odioso, ma prezioso e indispensabile. Prima ancora che egli giungesse alla casa paterna, il padre lo vide da lontano. Commosso fino alle lacrime, gli corse incontro con gioia incontenibile, lo abbracciò e lo baciò. Chiamò i servi perché preparassero per lui una grande festa. Uccise il vitello grasso e gli rimise l’anello al dito per significare che gli restituiva tutta la sua dignità di figlio. Il giovane, che  si aspettava da lui un rifiuto, rimase stupito e senza parole.

Non di rado, nelle prove e nelle sofferenze della vita, abbiamo nutrito per Dio un senso di diffidenza, lo abbiamo giudicato indifferente verso di noi e addirittura un giustiziere spietato. Da questa parabola, invece, emerge un Dio totalmente opposto. La sua bontà e la sua misericordia superano ogni immaginazione. Ciò non toglie che Dio è, e resta, somma giustizia, premia i giusti e castiga i peccatori, ma li salva se tornano a lui col cuore pentito. Questo lo può fare senza negare la sua giustizia, perché Gesù, suo figlio, ha estinto il debito dei pentiti, per cui essi  non sono più peccatori, ma diventano giusti e quindi li premia come tali. Per questo applica loro la  giustizia misericordiosa, dimentica il loro peccato ed essi  diventano suoi figli a pieno titolo.

La conoscenza di questo suo amore ci può cambiare la vita. I nostri peccati ci fanno tremare di paura. La paura esiste ed è reale, però, solo per chi non ancora si converte. Per chi, invece, ritorna a Dio, non ha più nulla da temere, ma vive la sua vita nella gioia e nella vera pace nonostante la gravità dei suoi peccati commessi nel passato.

Il primogenito

Anche il primogenito ricevette la sua quota di patrimonio, sebbene non l’avesse chiesta, segno della generosità, giustizia e imparzialità del padre. A differenza del fratello, però, egli rimase nella casa del padre, non perché lo amasse, ma perché mirava all’eredità. Lavorava duramente perché era convinto che solo il lavoro poteva dargli diritto alla ricompensa. In realtà il padre voleva soprattutto un po’ d’amore. Il lavoro doveva esserne il segno e non lo scopo del loro rapporto di amicizia, perché egli era figlio e non un dipendente salariato.
Dio ci chiede amore per lui e, se chiede anche qualche sacrificio e penitenza, non è perché ne gode, ma per guarirci dall’orgoglio e dall’egoismo, per purificarci dai nostri vizi in vista della nostra unione con lui.

L’accoglienza festosa del fratello infedele precipitò i rapporti fra padre e figlio maggiore. Questi, indignato, accusò il padre di non esser giusto. Egli, infatti, premiava il figlio giovane che lo aveva tradito, gli faceva una festa favolosa, ammazzava per lui il vitello grasso,  ma non premiava lui che era il vero meritevole.  Egli gli era sempre stato fedele, ma non ricevette da lui neppure un capretto per festeggiare con gli amici!

Il padre gli spiegò che la festa era solo un modo per esprimere la sua gioia per aver ritrovato un figlio che sembrava perduto. Egli non faceva ingiustizie fra i due figli. Il primogenito, infatti, poteva disporre di tutti i beni che voleva: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”. Ma il figlio non gli chiedeva mai nulla, perché pensava che tutto gli era dovuto come compenso per  il suo servizio. Il padre avrebbe certamente gradito che il figlio si aprisse al dialogo e all’amicizia con lui. Non voleva essere amato per i regali, ma per se stesso, gratuitamente. Se fra loro due ci fosse stato il dialogo, il figlio avrebbe conosciuto i pensieri del padre, la sua bontà e la sua giustizia, avrebbe ottenuto tutto da lui e non si sarebbe scandalizzato del gesto di misericordia verso il fratello.

Il dialogo fra noi e Dio è la preghiera e Gesù ha molto insistito sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (Lc 18,1). La preghiera è un segno del nostro amore per lui, ce lo fa conoscere, alimenta l’amicizia e ci ottiene ogni cosa: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7).

Gesù sa che in noi convivono due atteggiamenti, quello simile al figlio maggiore e quello simile al figlio minore.

Non approva la nostra condotta di trasgressori della legge di Dio, ma ci  assolve quando umilmente riconosciamo le nostre  colpe e ritorniamo a lui pentiti.

Non approva neppure il nostro atteggiamento di ipocrisia, quando lo onoriamo con le labbra ma lo tradiamo con il cuore chiudendolo all’amore per il prossimo, trascurando le sante opere di misericordia e disprezzando e condannando chi sbaglia.

Tuttavia Dio ha misericordia anche verso chi si comporta come il figlio primogenito, purché non ci distacchiamo da lui e ci sforziamo di osservare i suoi comandamenti. Vorrebbe da noi la perfezione dell’amore sincero, ma accetta anche le opere fatte con poco amore.  Egli ci perdonerà quello che non siamo riusciti a fare su questa terra e un giorno ci purificherà.

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