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Padre Pio, calunniato e perseguitato per anni….

Padre Pio ed i suoi nemici

Quando preti e rossi combattevano il frate del Gargano

Oggi sembra quasi che tutti lo abbiano sempre amato. Non è stato sempre così. Il beato padre Pio (ora santo), al secolo Francesco Forgione, nasce a Pietralcina, in provincia di Benevento, il 25 maggio 1887, da una famiglia di umili contadini. Come rivelerà lui stesso a una figlia spirituale, la via di sofferenze percorsa fino a quel famoso 23 settembre 1968 avrà inizio quando ancora la madre lo portava in grembo. Non è facile cogliere le dimensioni spirituali di padre Pio, del bambino che già a cinque anni si consacra a San Francesco d’Assisi, subisce vessazioni demoniache e ha visioni celesti. Del ragazzo che si stupisce perché il suo direttore spirituale non vede la Madonna: «Lei dice così per santa umiltà», è la sua ingenua affermazione davanti all’incredulità del sacerdote che nega di avere mai avuto apparizioni di tal genere. Forse però è l’angelo custode la figura soprannaturale più costantemente visibile al giovane Francesco, «il piccolo compagno della sua infanzia», quello che al mattino lo sveglia per pregare e da adulto gli farà da traduttore, permettendogli di confessare francesi, inglesi, tedeschi, romeni, bulgari, senegalesi, eccetera. E padre Pio non aveva mai studiato una lingua!

Il ragazzo è un mistero per la stessa scienza medica. Il suo stato di salute ha dell’incredibile: non mangia quasi nulla, spesso vomita il poco che ha mangiato, sente fortissimi dolori alla testa. Ciò che più colpisce i sanitari che lo curano sono le violentissime febbri da cui viene assalito. In medicina quando la colonnina di mercurio del termometro sale a circa 42°-43° si parla di stato preagonico. Quando gli succede di essere ricoverato in ospedale, gli infermieri fanno scommesse su questa volta la febbre a quanto arriverà. Padre Pio supera i 48° (una volta toccherà i 52°) di temperatura corporea, ma non muore. A questi dolori il Signore aggiunge quelle delle stimmate invisibili, nel 1910 – anno in cui riceve gli ordini sacri – ed una tremenda intensificazione delle tentazioni e delle violenze diaboliche. È una continua altalena che oscilla tra le delizie soprannaturali e la notte oscura che gli pervade lo spirito. Quando sembra che questa atroce agonia, che gli lacera la mente e lo mina nel corpo, sia destinata a non finire più, il giovane Pio invoca la morte che lo liberi, che lo unisca per sempre a Dio. Il 20 settembre 1918 il padre, mentre è assorto in preghiera, viene trafitto dalla lancia di un misterioso personaggio. Le stimmate divengono visibili. Resterà visibilmente in croce per 50 anni. Inutile il tentativo dei medici di capire come possa sopravvivere un uomo che ha mani, piedi e costato forati, da cui sgorga sangue profondo, sangue arterioso, per un totale che complessivo che, è stato calcolato, alla fine dei suoi giorni giunse ad un ammontare di sette ettolitri. Ferite che non rimarginano e al contempo non imputridiscono. Sangue che non si decompone ma che emana profumo.

Perseguitato

Come se non bastasse il Signore permette che il frate subisca due persecuzioni da parte della stessa gerarchia ecclesiastica; a causa di monsignor Gagliardi e di padre Gemelli, prima, e sotto il pontificato di Giovanni XXIII, poi. Monsignor Pasquale Gagliardi, dissolutissimo vescovo di Manfredonia (si faranno salti mortali per insabbiare le storie di mariti traditi che volevano ucciderlo) pensa che per impedire al Santo cappuccino di disturbarlo nella propria disgraziata condotta, sarebbe utile inventarsi alcune calunnie. E così fa. Padre Agostino Gemelli, fondatore dell’Università Cattolica di Milano, non crede alla soprannaturalità delle stimmate di padre Pio, ma decide egualmente di controllare di persona. Non avendo però ricevuto l’autorizzazione ecclesiastica necessaria per l’esame, si sente opporre un netto rifiuto dal frate. Colpito duramente nel proprio orgoglio il potente frate si inventerà di avere accuratamente visitate le piaghe dello stigmatizzato e sosterrà «di avere costatato che si trattava di autolesioni, più o meno coscienti». Il povero padre Pio verrà umiliato, maltrattato, tenuto distante dai propri fedeli: la prima persecuzione durerà dal 1922 al 1931.

Ma il Signore susciterà la santa ira del primo grande convertito del cappuccino: Emanuele Brunatto. Uomo scomodo, ora dolce ora spigoloso, propenso alle ricadute spirituali nelle banalità della vita, ma fedele fino all’eroismo nelle grandi prove. A lui si applicano in pieno le parole di Gesù alla Maddalena: «Molto ti fu perdonato, perché tanto hai amato» (basti dire che, quando gli fu impedito di andare al convento per vederlo, contese lo spazio alle galline del pollaio, pur di stare un po’ vicino al suo padre spirituale). Fiero di difendere chi attraverso la conversione gli aveva donato una seconda vita, aiutato da alcuni devoti del padre, fa una lotta senza quartiere a una gerarchia pavida e incerta. Gli anticristi nella Chiesa di Cristo: è il titolo dell’opera con cui quest’uomo roccioso, incurante di trovarsi da solo contro tutto e contro tutti (non ultimo lo stesso padre Pio che non vuole si butti fango sulla Chiesa), ottiene la libertà a padre Pio. In occasione del Giubileo del ‘33, a titolo di amnistia il Sant’Uffizio sospende i decreti emessi contro il frate, tranne quello di tenere corrispondenza, che resterà in vigore per tutta la vita del frate, ma non li annulla (infatti trenta anni dopo i nemici del frate faranno di nuovo appello ad essi). Finalmente, sotto il Pontificato di Pio XII – che lo definisce «salvezza d’Italia» – il cappuccino vive il momento più importante e grandioso della propria missione pubblica. È l’epoca in cui il mondo impara a conoscerlo: ad amarlo, ad odiarlo.

Una cosa che molti non gli perdonano è il suo convinto anticomunismo. «Comunisti cattolici! – esclama una volta – si può dire una corbelleria più grande di questa?». Infatti il Partito Comunista non gli perdonerà mai il lungo elenco di militanti che ha convertito. E non si trattava solo di signori nessuno qualunque. Dal capo partigiano francese Michel Boyer, al fanatico attivista modenese Carlo Lusardi. Quella che fece più rumore riguardò l’intellettuale e comandante partigiana Italia Betti, detta «La Vestale rossa dell’Emilia», «la vergine di Marx» e la «Giovanna d’Arco del socialismo». Il 25 aprile ‘45, in sella ad una moto rossa, e vestita di rosso, sventolando la bandiera con falce e martello, aveva diretto le bande partigiane che accoglievano gli Alleati. Strapperà pubblicamente la tessera del partito e si ritirerà a vivere a San Giovanni Rotondo, quale terziaria francescana.

Il Papa buono Giovanni XXIII, invece – il successore di Pio XII – ai comunisti fa l’occhiolino e con la Pacem in terris, poco prima di morire, mostrerà ancora più chiaramente le proprie sinistre simpatie. Queste divergenze di vedute pare abbiano un certo peso all’epoca della seconda persecuzione di padre Pio. D’altronde si dice che il padre abbia una maniera «poco rispettosa e pericolosa di parlare e giudicare Sua Santità, il Papa attuale, in contrapposizione a Pio XII». Accusa questa che è forse frutto di una esagerazione, ma che pare sostanzialmente fondata. Accanto a padre Pio e alla sua Casa Sollievo della Sofferenza – grande opera voluta da lui stesso per la cura degli infermi – ruota un vorticoso affare di miliardi. E il denaro, si sa, fa gola. Per farla breve, scoppia uno scandalo relativo a queste somme. Il frate, che palesemente continua a essere povero in canna e non c’entra nulla, viene coinvolto in un’indagine ordinata dal Sant’Uffizio. Si diffondono voci scabrose sul conto dell’anziano sacerdote. Giovanni XXIII affida l’incarico inquisitoriale a monsignor Carlo Maccari, personaggio che si comporterà vergognosamente, riportando nella sua istruttoria accuse turpi, inventate di sana pianta, ed approntando una serie di durissime misure che verranno poi ratificate dal Sant’Uffizio, non ultimi, alcuni vescovi rispolverano gli antichi decreti della prima persecuzione e pubblicamente si mettono a dire peste e corna del vecchio frate. Basti dire che in diocesi di Padova ci furono persone lasciate morire senza Sacramenti perché erano devote di padre Pio.

Monsignor Maccari ha evidentemente fede in un Dio diverso da quello del padre: incita le donne a dormire, la mattina, piuttosto che recarsi alla Messa del frate; tratta con irriverenza la Santissima Eucarestia. «Ma che Gesù Sacramentato! Fate meglio ad andare a spasso», sbotta una volta. È inoltre una delle persone più coinvolte nella sacrilega operazione dei microfoni nel confessale di padre Pio. Le registrazioni avvengono, tra l’altro – come riferisce Manlio Masci – con la copertura di intimi di Giovanni XXIII. Forse il vertice dell’operazione è lo stesso Pontefice. Elementi molto seri in tal senso, ci sono: prove definitive, no. Certo che Giovanni XIII, il Papa buono, buono con il comunismo, la massoneria, lo spirito dei tempi, farà perseguitare padre Pio, e stranamente, pur sapendo ciò che è in atto, non muoverà un dito per impedire le registrazioni, prima, e per punire i propri collaboratori sacrilegi e spioni, poi. I comunisti, allora soffiano sul fuoco rivangando vecchie voci su un fatto di sangue avvenuto nel ‘20. Come in quei giorni torbidi era successo in quasi tutta Europa, anche a San Giovanni Rotondo reduci della Prima Guerra Mondiale e militanti di sinistra si erano azzuffati. Erano saltate fuori le armi ed alla fine i rossi avevano lasciato due morti sul terreno. Da parte comunista si insinuò che padre Pio fosse stato una sorta di ispiratore, se non addirittura di capo di quei facinorosi. A prescindere che i reduci erano stati assaliti e provocati, la totale estraneità di padre Pio a quei fatti era dimostrata indirettamente dal gran bene che tutti gli volevano. Al punto che tutti i paesani, anarchici e monarchici, comunisti e fascisti, non più tardi di due anni da quel tragico evento monteranno la guardia al convento, temendo che il padre venisse trasferito nelle Marche, in Spagna, o addirittura in Sud America, come si era vociferato (non del tutto a torto).

«È l’ultima stazione la più dolorosa», afferma padre Pio riferendosi a questa seconda persecuzione.

L’ultima spiaggia resta Brunatto. Il padre si rivolge ad un altro proprio devoto, Giuseppe Pagnossin «Va’ a prendere Brunatto e portalo in Italia». Brunatto è coraggioso, tenace, e poi è un laico: non lo possono piegare nel nome dell’ubbidienza. È per questo che il padre lo vuole presso di sé. Così il grande convertito, da Parigi, dove si trovava, torna in Italia e crea un’associazione di giuristi con cui combatte la sua ultima lotta per il frate. Si appellerà ai tribunali nazionali ed internazionali. Interesserà persino l’ONU. Qualcosa riuscirà a fare, ma ben poco, anche perché – morto Giovanni XXIII – Paolo VI pur essendo a conoscenza dei fatti persecutori e dichiarandosi apertamente favorevole e devoto a padre Pio, lascerà che la persecuzione prosegua, e farà orecchie da mercante dinanzi alle documentatissime accuse portate contro gli aguzzini del francescano. Dobbiamo dire, per completezza dell’informazione che, quanto meno, fece cadere nel nulla i decreti di scomunica, sospensione, riduzione allo stato laicale ed espulsione dall’Ordine che il predecessore aveva già preparato

Padre Pio morirà nel settembre 1968, dopo aver celebrato la sua ultima Messa. La Messa tradizionale, quella latina, con il Dominus vobiscum ed i paramenti della liturgia cattolica; cattolica nella forma, ma soprattutto nella sostanza. Quella Messa che lui aveva chiesto di poter celebrare immutata, come il giorno della sua Ordinazione, nonostante i mutamenti postconciliari.

I miracoli

E a questo punto ci si chiede che ricordo resti del padre, quale insegnamento? Chi è padre Pio? In lui il Padreterno mostra al mondo la propria grandezza. Francesco Viscio ha 43 anni, i suoi piedi sono accartocciati sin dalla prima infanzia; senza stampelle è costretto a strisciare carponi. E di questa vita non ne può più. Un giorno vede padre Pio che gli passa accanto e trova il coraggio: «Padre Pio, fatemi la grazia». «Jetta é pirocche, getta le grucce», gli ordina allora il padre in dialetto. E siccome il povero storpio lì per lì resta confuso, il frate ripete l’ordine. I piedi si raddrizzano, le stampelle cadono a terra e Viscio si mette a camminare. Gemma De Giorgio è una bambina senza pupille, e la scienza dice che senza pupille non potrà mai vedere. Ma il cappuccino fa il miracolo. E Gemma ci vede. Senza pupille. Una donna giunge disperata in canonica. Ci sono padre Pio e il dottor Sanguinetti. Apre la valigia, piangente, e ne tira fuori il corpicino di un bimbo di sei mesi morto da qualche ora e conservato durante quel tempo dentro al contenitore. Il frate è visibilmente scosso dalla scena: prega intensamente per qualche minuto. Poi sorride: «Perché strilli tanto? Non vedi che tua figlia dorme?». La donna ora piange di gioia e grida al miracolo. La canonica si affolla. Padre Pio è a San Giovanni Rotondo, ma nel frattempo si trova in Uruguay, ad assistere monsignor Damiani, vicario generale della diocesi di Salto, che prima di morire lascia un biglietto «Padre Pio è venuto». Padre Pio lo vedranno anche alcuni piloti inglesi e americani, gigantesco, alto quanto le nuvole, sta lì, a braccia aperte e impedisce loro di bombardare San Giovanni Rotondo. Del frate parlerà il famoso generale Cadorna, raccontando della disfatta di Caporetto, voluta dalla massoneria, e di cui il principale artefice fu il generale Pietro Badoglio, massone pure lui. Dopo la sconfitta, Cadorna, rimasto solo nel suo quartier generale, decide di farla finita, di uccidersi. Ha dato ordine tassativo alle sentinelle di non far passare nessuno. Estrae la pistola; ma in quel mentre giunge un cappuccino che lo dissuade e poi si allontana. Le sentinelle non hanno visto nessuno. Terminata la guerra il generale, incuriosito dalla fama di santità di padre Pio, si reca a San Giovanni Rotondo. Mentre è lì mescolato fra la folla, il padre gli si avvicina «Eh! Generale, l’avete scampata bella quella notte», Cadorna trasale, non ha parole. Ha riconosciuto il cappuccino che lo aveva salvato! I miracoli meno suggestivi, ma più importanti, il frate li compie nel confessionale, ricordando ai penitenti i peccati che hanno scordato da anni, leggendo loro nel pensiero. Le conversioni non si contano: Beniamino Gigli, il famoso tenore, il noto avvocato massone Cesare Festa, l’attore e regista Carlo Campanini, Francesco Messina, forse il più grande scultore di questo secolo; Alberto del Fante, conosciuto massone di Bologna, il generale russo Caterinivich, l’ebreo Abresch, dei comunisti abbiamo già parlato. Molti convertiti del padre raccontano di essersi recati dal frate pieni di animosità anticattolica. Ma al dunque i loro pensieri si scioglievano come neve al sole: inconsistenti, falsi.

Insegnamenti morali

Qui giunti torna ad affiorare spontanea una domanda: chi fu davvero padre Pio? L’unico altro Cristo, nel senso più pieno, che la storia della Chiesa ricordi. Altro Cristo come sacerdote; altro Cristo come stigmatizzato. Non ce ne sono degli altri. E’ un frate di fronte a cui un indemoniato, in preda al terrore, si mette ad urlare: «Quest’uomo ha l’umiltà di San Michele Arcangelo». È un Cristo che appare in visione ad una sua figlia spirituale, con le carni squarciate, la veste a brandelli e una croce sulle spalle, e le dice che «Il figlio dell’uomo sta per morire sul Gargano». Anche le parole del cappuccino sono uguali a quelle del Cristo «La parola che vi dico non è mia, ma di Colui che è in me. Amatevi come io vi amo. Sì, vi amo con il cuore di Gesù». Ma quale amore? L’amore di una fede che non muta con il trascorrere del tempo. Perché il Signore di padre Pio è ancora quello del medioevo cristiano. Deo gratias. Il principio non si piega alla circostanza. I penitenti confermano che il padre riesce a sconvolgere le loro anime e profondità impensate, spesso cacciandoli – per poi riaccoglierli – di fronte ai peccati più gravi: bestemmia, aborto, omosessualità, adulterio, contraccezione, mancata partecipazione alla Santa Messa festiva. Il frate esige il pentimento dei peccati da chi si confessa. Ti legge nella mente, e se non sei pentito se ne accorge: allora sono guai. Un anziano signore che ha una relazione extraconiugale si reca dal padre. Non lo ha mai visto prima. Non si è ancora inginocchiato che già si allontana di corsa «Va’ via vecchio porco». Tutti sanno che il cappuccino non vuol vedere neppure un accenno di nudità e spesso caccia le donne che non portano la gonna lunga. Una ragazza gli si presenta vestita di tutto punto, ma il frate l’apostrofa duramente. «Tirati giù quelle maniche brutta scostumata». La giovane capisce: sotto il golfino – messo per l’occasione – porta un abito senza maniche. Ad una donna che confessa un aborto, il frate mostra una visione: un grande e santo Papa acclamato dalle folle. Poi aggiunge: «Ecco ciò che Dio aveva in serbo per quel tuo figlio che uccidesti!».

Padre Pio è così: o lo accetti, e ne accetti le richieste, o lo rifiuti. Lui così inflessibile, eppure così umano. Pronto a ridere e a scherzare; costretto a farsi forza per non piangere quando vede il prossimo che soffre. E intanto si porta sulle spalle il peso del mondo – come lui stesso dice – il peso del XX secolo, che definisce: il tempo dello scatafascio. Il 23 settembre 1968 si conclude l’avventura del fraticello campano. Non ha più la forza per parlare, per esprimere una preghiera articolata, e dalla sua bocca escono solo due nomi, incessantemente, «Gesù, Maria». Sono le 2 e 32 di notte e il padre muore. Subito dopo la morte quelle piaghe che hanno versato tanto sangue si rimargineranno senza lasciare alcuna traccia. È il ‘68, l’epoca della rivoluzione, della ribellione alle ultime sopravvivenze di quei principi per cui il santo frate aveva speso una vita di dolori e di lotte. Ormai la degenerazione borghese della società non ha più confini o argini. La tentazione di pensare che quelle piaghe avessero frenato il mondo sull’orlo del caos, c’è, è forte. Ma ormai il padre è morto: Ite Missa est, andate la Messa è finita. Una Messa durata quasi sessanta anni.

Secondo le leggi canoniche, un processo di beatificazione si può aprire almeno cinque anni dopo la morte della persona per la quale lo si chiede. Quello di padre Pio si aprì ben quindici anni dopo (1983). Non appena fu di dominio pubblico la notizia di tale apertura, immediatamente il vecchio monsignor Maccari spedì al Pontefice una lettera di protesta, che fece anche pubblicare sul settimanale Epoca. I tentativi di mettere i bastoni tra le ruote al procedimento non sono mancati. Nel 1997 una trasmissione televisiva fu dedicata a dare voce agli avversari del frate. Infine si è visto anche il rinnovarsi delle alleanze trasversali. Preti e rossi si sono rimessi a braccetto, come ottanta anni fa, contro il Santo sannita. Nel 2001 una casa editrice d’estrema sinistra ha pubblicato un pamphlet contro padre Pio, basato quasi unicamente sulle carte di padre Gemelli e di monsignor Maccari.

DIO ha reso giustizia.20140619-222756-80876114.jpg

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