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Imparare a vivere

Educare significa insegnare alle nuove generazioni a vivere nel mondo in cui sono state poste. Muoversi con “senso” nel mondo corrisponde all’essere-nel-mondo qui e ora: il dasein dei fenomenologi e di Husserl che ha aperto questa corrente del pensiero.

Quando ritorno su questo semplice concetto, mi accorgo che si è parlato fin troppo di educazione e si è giunti a gradi di tale complicazione da fare perdere a questo termine ogni significato. Oppure, il che è la stessa cosa, a contenerli tutti.

Credo si sia creata una distanza sempre più larga tra discenti e corpo docente, tra l’interesse dei bambini e degli studenti delle scuole medie inferiori e superiori verso ciò che i docenti insegnano. Una lontananza che mi ricorda il parlare tra sordi, come se ciò che viene trasmesso non servisse a coloro ai quali è rivolto.
Ciò che si insegna è di altissimo significato razionale e culturale: l’aritmetica e il significato dei numeri, la geometria e il concetto di spazio euclideo, la storia con le campagne napoleoniche. Ma si tratta di decorazioni rispetto ai bisogni dell’esistenza. Giochi per la mente, mentre è in corso un terremoto o una alluvione, come se invece di mostrare a quel gabbiano la maniera per trovare il cibo in mezzo alla vegetazione marina, gli si raccontasse la storia di quella stupenda baia sull’Atlantico in cui ha incominciato a vivere. E’ sicuramente interessante, ma il bisogno primario è saper vivere in quello stesso luogo, che significa anche imparare ad alimentarsi autonomamente.

E la baia umana è un mondo violento senza padri, un mondo virtuale in cui si scappa attraverso Internet. E qui, invece, i giovani devono vivere. Educare non è lasciare fuori dalla classe la violenza, ma insegnare a non essere violenti, non solo a scuola ma anche nel tempo extrascolastico. L’obiettivo è riportare il consumo di Internet all’interno del mondo concreto, non come suo sostitutivo.

Occorre istruire al rispetto dell’altro, del proprio compagno di banco, al rispetto dell’autorità che deve però esistere nei genitori e negli insegnanti. Non la si può inventare. Un padre non lo si inventa. E così accade anche per gli insegnanti: o sono capaci di essere autorevoli o non lo sono. Il tentativo di diventarlo porta inevitabilmente all’autoritarismo, che è l’espressione violenta della mancanza di autorità.

Mi pare invece che tutto ciò che agli insegnanti non appare impegno scolastico venga eliminato dalla scuola, come se si volesse ridurre il mondo a quella parte che piace alle vecchie generazioni e che non è nemmeno percepita dalle nuove. Ecco perché sento il bisogno di insistere sull’educazione per insegnare a vivere in un mondo che è quello del tempo presente e che è quello percepito dai giovani. Vivere significa essere-nel-mondo qui e ora. E ritorno alla fenomenologia. Tutto questo significa che è assurdo o paradossale continuare a fare scuola senza gli strumenti digitali oppure che durante una sessione d’esame si sia sottoposti a ispezioni come si fosse in un commissariato proprio per controllare che non ci sia alcun contatto con il mondo digitale, pena l’anathema sit.

Ma c’è un secondo punto che è conseguenza diretta di quanto ho finora sostenuto: non esiste un’educazione neutra. Non ci sono interventi che non fanno né bene né male. L’educazione o funziona oppure è errata. E la ragione mi sembra chiarissima: o si insegna a vivere oppure quel ragazzo “muore”. E questa verbo non deve sembrare eccessivo o tragico poiché la vita dell’uomo non è solo quella della sopravvivenza del corpo perché esiste una vita, e una morte, della personalità, della sua psicologia. E esiste anche una vita sociale. Se non si impara a vivere, si può soltanto sopravvivere fisicamente come un cadavere attivo, senza però potere esprimere i propri desideri, le relazioni che richiedono i legami sentimentali e i ruoli dentro la comunità. Quindi, o si educa o si dis-educa. E in questo campo anche le omissioni sono peccati mortali. Si può diseducare per il semplice fatto che non si dà risposta a bisogni concreti, mentre ci si adopera alla bellezza dei principi della termodinamica, allo straordinario capitolo della scoperta di Plutone, o al significato degli anelli di Saturno. All’educare bene c’è una sola alternativa: farlo male.

Da tutto questo si desume chiaramente che sono due gli ambiti principali dell’educazione nella scuola. Il primo riguarda la relazione tra insegnanti e studenti e quindi la creazione dei legami e il loro controllo. Il secondo ambito è quello della conoscenza del mondo in cui le nuove generazioni vivono, senza seguire concezioni teoriche o astratte, cercando invece di comprenderlo nella sua concretezza.

Ed è proprio a questo proposito che sottolineo l’importanza dell’esperienza del Quotidiano in Classe. Una iniziativa importante, poiché vedo il giornale come un personaggio che descrive il mondo del qui e ora, come testimone, come cronaca del tempo presente. Un presente talmente concreto anche perché è appena accaduto. E se l’educazione è insegnare a vivere-nel-mondo, il quotidiano diventa la “materia” su cui attivare strategie e insegnamenti utili ai giovani.

Non avrebbe senso un giornale dei giovani: meglio un quotidiano che parla del mondo di tutti. Non credo nemmeno che servano delle pagine speciali, poiché i giovani non vivono in un angolo di mondo a parte, ma in quello stesso dei loro padri e sono immersi nella stessa atmosfera politica dei loro genitori, nella identica crisi economica che ha portato il Paese alla recessione e alla riduzione delle risorse per la scuola e della possibilità di spesa delle famiglie.

Il quotidiano promuove una sorta di “laboratorio” dell’esistenza in cui si insegna come fare, come essere giovani nelle vicende che la cronaca descrive. Semmai i quotidiani avrebbero bisogno di pagine in grado di descrivere anche il positivo, senza cioè quel gusto dell’orrido e della cronaca nera spesso proposta dai giornalisti perché piace ai lettori adulti, come per consolarli dei loro mali che si attenuano di fronte ai casi estremi.

Mi pare che la mamma-gabbiano sia felice mentre guarda il suo cucciolo che ha imparato a volare. Quando uno studente nelle scuole italiane giunge alla maturità, che dovrebbe essere l’attestato del saper vivere senza maestri, io provo un sentimento di profondo timore e infelicità.

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